domenica 5 settembre 2010

Silvano baldi, Me and Joe

ME & JOE
Camminiamo stanchi, lungo assi imprecisate, non c’è un bagliore che ci contenga, siamo nel pieno di una debacle di dimensioni totalizzanti. Faccio cenno a Joe, dovrebbe aiutarmi, ma non se ne cura tanto. Lo invito a seguirmi, ci sediamo attorno a un tavolinetto di metallo e cominciamo a sorriderci. Joe ha un cappotto grigio antracite, un sorriso bellissimo e due occhi grandi come due mandorle mature. Oggi la sua aria è, come dire, indecifrabile. Ordiniamo due cose da bere, il cameriere ce le porta subito perché il locale è semivuoto. Ci guardiamo ancora, stanchi e assonnati, e a me non viene una sola parola in testa, niente, soltanto penso al fatto che esistiamo, che siamo io e Joe, e poi che il locale è semivuoto.

Osserviamo stancamente le nubi che solcano il cielo di Parigi, gli autobus che sfrecciano sul lungo Senna e il sole che certe volte fa capolino su Notre Dame. Joe ha un fazzoletto rosso al collo. Io ho comprato il giornale. Lo apro alla pagina degli spettacoli, senza chiedergli se lo vuole vedere. Ci siamo conosciuti per caso tramite una nostra amica comune, che è molto piccola ma molto simpatica. Al telefono lei mi aveva detto di comportarmi attentamente con Joe, di non prenderlo troppo di petto, di andarci piano. In effetti Joe è un tipo assai scrupoloso. Da lui non te l’aspetteresti mai una mossa falsa, così come da te lui non s’aspetterebbe altro che sorrisi, conversazione e tranquillità. In effetti ci siamo comportati bene sin dall’inizio. Non un passo falso, non una parola di troppo, nessun accenno fuor di luogo. L’unica cosa che abbiamo subito notato l’uno dell’altro è stata una certa cordialità e simpatia, cosa che ci avrebbe legato per sempre. Lui non farebbe male a una mosca e io nemmeno.

Ora penso che questa cordialità sia stata forse frutto di un malinteso, nel senso che forse andavamo l’un l’altro dietro alle raccomandazioni della nostra amica, però l’incontro ha funzionato e non ci siamo fatti mai assolutamente del male.

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Guardo Joe che ha un’aria strana, particolarmente assorta oggi. Siamo stati a Parigi per due giorni ma non è successo niente di particolare. Abbiamo passeggiato tanto, ci siamo bevuti cocktail martini in ogni bar e abbiamo pure visto un film. Oggi l’aria è fredda. L’autunno è seriamente cominciato. La governante del nostro albergo ce l’aveva detto, dovete mettervi caldi perché oggi Parigi è fredda. Io mi sono messo il solito cappotto di pelle, i soliti guanti e il solito berretto, mentre Joe il solito cappotto antracite, i guanti e basta. Oggi ha un sorriso bellissimo. Molto puro. Parla in siciliano anche a Parigi. E’ strafottente al punto giusto, per cui questo siciliano non gli suona male in bocca. Se lo parlassi io sarebbe un disastro. Certe volte lo imito ma mi viene fuori una cosa strana di cui lui ride sempre molto. Certe volte passiamo delle ore a parlare in siciliano. Non ci diciamo niente di serio. Sono solo io che mi attacco alle sue frasi e gliele ribalto con un dialetto molto simile al suo. In effetti lo copio.
Ci siamo alzati tardi questa mattina. La cameriera ci ha portato la colazione a letto. Avevamo dormito malissimo. Tutti e due con le spalle l’uno verso l’altro. Quando la cameriera è entrata e ci ha portato le cioccolate avremo avuto due facce da funerale.
Comunque la mattina è sempre bello svegliarsi con Joe, perché non ti senti solo e non ti fa pesare assolutamente niente. Non ti fa pesare assolutamente niente. Joe è quel tipo di uomo che non ti fa pesare assolutamente niente.
Di pomeriggio siamo andati a fare un po’ di shopping sugli Champs. La giornata s’era aggiustata. L’aria era più tiepida. Siamo entrati da Louis Vuitton, da Match e alla Virgin. Qui Joe s’è comprato un disco che gli piaceva molto. Saremo stati circa due ore dentro, perché sia Joe che io amiamo stare molto a sentire i dischi nelle cuffie e a guardare i passanti che osservano gli scaffali. E’ una delle occupazioni che ci piace fare di più nelle grandi città. Dopo che Joe s’è comprato il disco alla virgin siamo andati in albergo perché avevamo deciso di andare a cena fuori e poi in discoteca e quindi ci volevamo riposare.

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L’albergo è nel pieno del XV arrondissement. Tra il Pantheon e Rue Mouffettard. L’aria che si respira è bellissima. Sembra di stare a Londra. Si respira un’aria ricca, frizzante, densa, culturale.
Joe s’è fatto la doccia e io sono restato un po’ solo sul letto a pensare. Ho pensato a quanto sono felice con Joe accanto, ho pensato a quante cose abbiamo fatto assieme e a come è stata bella fino ad ora la vacanza. Anche se non abbiamo fatto niente di speciale, la vacanza m’è piaciuta e le cose sono andate tutte per il verso giusto. Non c’è stata nessuna lite, nessun fraintendimento, insomma tutto perfetto.
Joe s’è fatto sentire qualche volta un po’ troppo, ma la cosa non mi dispiaceva, anzi devo dire che è andata bene così. Joe è uscito dal bagno. Ha l’asciugamano stretto intorno alla vita. Non fa in tempo a cambiarsi che gli bacio la spalla. Lui si lascia accarezzare e alla fine zompiamo sul letto.
Joe bagna tutto il letto. Io gli dico di andarci piano, di non bagnare tutto il letto perché dopo avremmo dovuto dormirci ma oramai non mi ascolta più, vuole soltanto fare l’amore. Io nel frattempo l’ho stretto a più non posso. Ha la carnagione scura e io invece ce l’ho chiara. Così le braccia, le gambe e il petto si distinguono sempre, non foss’altro perché lui è nero come un mulatto e io bianco come un canarino. Cominciamo ad abbracciarci forsennatamente, lui mi ansima sotto la schiena, io invece lo stringo sempre più forte e comincio a baciarlo sulle labbra. La situazione non è la solita: oggi io e Joe andiamo veramente d’accordo, sembriamo fatti l’uno per l’altro, siamo abbracciati e non ci distoglie nessuno. L’abbraccio è forte e potente. Sembra di essere nel bel mezzo d’un sogno . Lui apre le braccia e mi abbraccia tutto, io, invece, lo accarezzo e continuo a baciargli le labbra, poi le guance e alla fine il collo. So bene che quando gli bacio il collo per lui è fatta, non ci vede più dagli occhi.

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Finiamo di fare l’amore e ci addormentiamo abbracciati. Sento il cuore di Joe pulsare come un canarino sotto di me, mentre io che sono un po’ più calmo di lui mi concentro per addormentarmi. Lui è al settimo cielo. Vorrebbe che il mondo finisse lì, io, tutto sommato pure, anzi sicuro. Ci risvegliamo che sono le undici di sera. L’aria è freddissima. Apro la finestra, Joe guarda me che apro la finestra. Mi dice con gli occhi che forse sarebbe meglio non uscire, ma tanto sa che a me piace uscire e far baldoria e so che mi accontenterà. Chiudo la finestra infreddolito e per fargli piacere zompo sul letto di nuovo. Ci riabbracciamo. Lui mi stringe forte e vorrebbe fare di nuovo l’amore. Io tutto sommato pure. E allora ci stringiamo fortissimo e scocca la mezzanotte che siamo ancora intenti a baciarci.
A Mezzanotte e mezzo Joe si alza., fa il caffè nel cucinino e si mette i pantaloni. Io sonnecchio ancora un po’ a letto, mi alzerò dopo. Voglio che sia lui a portarmi il caffè a letto. In effetti Joe mi porta il caffè bollente a letto, mi guarda coi suoi occhi a mandorla grandissimi e mi dice di sbrigarmi. Prendo l’asciugamano da terra, me lo stringo intorno alla pancia e mi ficco sotto la doccia calda. Non appena finisco la doccia mi improfumo e bacio Joe sulle labbra. Le mie labbra al contrario delle sue sono caldissime. Joe è vestito di tutto punto. Questa notte indossa un paio di pantaloni neri, una camicia grigia e un maglione grigio, ha pure un berretto grigio e il solito cappotto grigio. E’ bellissimo. I suoi grandi occhi marrone spiccano come due mandorle arrostite in quel mare di nero e di grigio. La sua faccia è scura come una castagna. Fuma una sigaretta. Io lo guardo attentamente, mi giro, lascio cadere l’asciugamano e mi vesto. Fa molto freddo a Parigi questa notte, dovrò vestirmi pesante se non voglio morire assiderato lungo rue Mouffettard. Allora, scelgo dall’armadio un paio di pantaloni di velluto grigio, una camicia bianca e una giacca di vigogna nera. Mi spruzzo un po’ di profumo e metto sopra il cappotto nero. Usciamo che gli spazzini spazzano ancora in lungo e in largo la strada del nostro albergo.

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Are you still alive, are you still alive ? siamo entrati al New Palace, restauratissimo. C’è odore di morfina di acido, di candeggina e marijuana. Lui non mi sente. Vaga incolore lungo le assi della discoteca e si ferma davanti a un distributore di sigarette. Are you still alive ? ancora non mi sente. Fa tre passi indietro verso di me. Sono stato sfiorato da un giovanotto che ha tutta l’aria di volere scopare. Ci sono luci sparatissime, ovunque. Giovanotti in canotta, in pelliccia, dame aux camelias senza niente sotto che sfoggiano cappotti lussuosissimi. Are you still alive, sono le uniche parole che mi escono di bocca. Joe è alle prese col barman che non capisce una sola parola di italiano. Vorrebbe ordinare due gin & Tonic ma non lo sente nessuno. Gin tonic, gin tonic, si sente in lontananza nell’anfratto blu dov’è riposto il bar rosa confetto. Ci sono un sacco di americani, dei giapponesi perfettamente alla moda e i soliti parigini con la puzza sotto il naso.
Più in la, non poco distante, due inglesi provinciali tracannano una birra e osservano gli atteggiamenti dei francesi.

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Scendiamo disfatti lungo le assi della strada, sono quasi in albergo. Ho una sete da morire, ma ho deciso che anche per quest’anno è meglio conservarsi che non dissipare le risorse della vita. Allora, mi rannicchio sotto le coperte e comincio ad addormentarmi. Con Joe è stato uno sballo. Non ci siamo persi niente. Lo spettacolino en travesti, il ballo sparatissimo della pista numero 2 e la solita estenuante fila al cloackroom. La festa è andata secondo le previsioni, delle modeste previsioni ma previsioni ugualmente. Siamo sul punto di non riuscire più a guardarci negli occhi, il sonno cala profondamente come una pietra bollente sopra ai guanciali del nostro letto. Questo forse sarà l’ultimo letto di cui ci ricorderemo, ma scacciamo via anche questo triste pensiero e continuiamo a dormire. Sono le cinque.

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