sabato 14 agosto 2010

Pittura di Salvatore Caputo

La pittura di Caputo è statica. Mentre quella di Calabrese si potrebbe definire dinamica, quella di Caputo ha un che di statico e depressivo. Le sue donne discinte, nude, in mezzo a una spiaggia o un boso sono sinonimo di ritorno del represso sessuale.
L'aria di malinconia che promana dalle sue pitture si potrebbe paragonare a quella di un Magritte o un Modigliani rivisitati.
Le pennellate sono invisibili, c'è un amore per il particolare spinto al parossismo e un indugiare con la matita nelle minuzie tanto da far sembrare il tutto una calligrafia.
Ellenismo sbandierato dunque, come pretesa di una dionisiaca incertezza del mondo mentre televisioni e pubblicità la fanno da padrone. Fiction come melo del ventunesimo secolo, come opera da salotto ben confezionata, per pubblici avvezzi a tutto.
La pittura di Caputo invece ribalta questa visione del mondo, la fa percepire lontana, come in un incubo. Mentre per lui la pittura è sogno, inespressa volontà di annientamento dietro il pennello, giravolta e girandola mediatica al contrario, solitudine parossistica e incertezza nello stare al mondo.
Caputo si snoda per quasi tutta la seconda metà del Novecento. Pitture sue se ne trovano a casa G***, a casa G***, nella mia casa e in qualche altra che non so.
au revoir
Post al sorbetto d'arancia, per una critica pittorica ch'avra ancora da venire. Mie fonti sono Argan e Gerbino.
Per il resto si snoda una giornata da cavalier servente, così come C*** vede l'uomo non accorgendosene nemmeno. Uomo come cavalier servente, cavaliere della tavola rotonda, Re Artù del ventunesimo secolo senza tavola rotonda.

Nessun commento:

Posta un commento